Pubblicato da: pades | 3 ottobre 2012

Omega-3 inutili? Parliamone.

omega-3

Omega-3

Fermi, fermi… non buttate alle ortiche il pesce che avete nel freezer e le noci stipate in dispensa! Anche se, dopo i numerosi lanci di stampa relativi a uno studio greco comparso su JAMA (1), la tentazione potrebbe essere quella. Tutti titoli del tipo: “Omega-3: su cuore e vasi non funzionano” o ”Nessun beneficio per il cuore dagli omega-3”. Cominciavate già a vederne anche i lati positivi: niente più bambini costretti a nascondere pezzi di pesce nei tovaglioli, e addio gusci di noce sparsi per tutta la cucina dal marito troppo energico con lo schiaccianoci. Ma cosa è successo? Un altro mito che crolla? No, tranquilli, ma per capirlo bisogna approfondire, come al solito, e non basta leggere al volo i titoli passando con l’autobus davanti all’edicola. L’oggetto del contendere è una review e metanalisi di 20 fra gli studi più indicativi sugli effetti degli omega-3, una meticolosa revisione di cifre e metodi utilizzati che confida sul gran numero di persone coinvolte (in questo caso circa 70.000, fra tutti gli studi esaminati) per trarre conclusioni finalmente definitive. Ma, secondo il gruppo di lavoro dell’università greca di Ioannina, in queste ricerche di entusiasmante c’era ben poco, concludendo che l’effetto degli omega-3 sulla prevenzione di malattie del cuore e dei vasi, di ictus e della mortalità in generale non è tale da giustificare somministrazioni preventive né curative. Ma le conclusioni non sono poi così drastiche come sembra.

Vediamo prima cosa hanno fatto: sono stati esaminati 3635 studi sugli omega-3, e per vari motivi ne sono stati scartati 3615 e scelti 20, giudicati i più solidi (randomizzati, in doppio cieco, con follow up, ecc.). I risultati sono stati sommati (numero di partecipanti, patologie, eventi nefasti, ecc.) elaborati e corretti, anche in base alla dose di omega-3 somministrata (in media 1.51 g al giorno fra EPA e DHA). Una nota: solo 2 dei 20 studi erano relativi ad assunzione di omega-3 attraverso la dieta (sono stati considerati a parte, ed erano fra l’altro contradditori nei risultati), mentre tutti gli altri 18 erano relativi a supplementazione con integratori (in genere olio di pesce).

I risultati finali (sul rischio relativo) sono stati questi:

  • Mortalità generale:   -4%
  • Morte per evento cardiaco:   -9%
  • Morte improvvisa:   -13%
  • Infarto non fatale:   -11%
  • Ictus (sia emorragico che per trombosi):   +5%

Questi numeri sono stati considerati statisticamente non determinanti e troppo modesti per suggerire somministrazioni di omega-3 sia preventive che curative, e da qui sono partiti i titoloni delusi. Ma facciamo alcune considerazioni:

  • Innanzitutto non è vero che non emergono effetti preventivi: dalle cifre snocciolate è evidente infatti che il rischio di infarti (letali e non) e morti improvvise cala dal 9% al 13% con supplementi di omega-3, e “solo” del 4% per la mortalità in generale, nella quale però finiscono tutte le malattie e da cui è difficile (se non impossibile) estrapolare le sole malattie cardiovascolari. Da notare che in uno dei due studi con omega-3 proveniente da “cibi veri” il rischio di infarto fatale calava addirittura del 33% (ma per correttezza va detto che gli altri numeri dei due studi “alimentari” erano assai contradditori, nonostante il gruppo di ricerca fosse lo stesso; addirittura evidenziavano aumenti di rischio). Non sono proprio numeri da buttare via.
  • Per ammissione degli stessi ricercatori gran parte degli studi sono posteriori all’entrata in vigore di nuove terapie particolarmente efficaci (statine, antiaggreganti di nuova generazione, ecc.) e la stragrande maggioranza delle 70.000 persone coinvolte provenivano da storie patologiche di varia gravità, dunque sottoposte anche ad altre cure, parallele agli omega-3, che possono averne seriamente mascherato l’effetto. Ma notiamo che nonostante questo i risultati generali sono stati comunque di riduzione del rischio. Sarebbe stato interessante valutarne l’effetto su persone sane e “non trattate”, ma sono studi molto lunghi e costosi, che probabilmente mai verranno fatti.
  • Gli effetti degli omega-3 ormai riconosciuti sono i seguenti: abbassano i trigliceridi (il motivo principale per cui sono ufficialmente somministrati negli USA), prevengono le aritmie cardiache, limitano l’aggregazione delle piastrine, diminuiscono la pressione arteriosa. E’ ormai anche assodato che gli omega-3 abbiano più effetto in alcuni casi che in altri (ad esempio più nelle aritmie che negli scompensi cardiaci) e soprattutto che gli effetti degli omega-3 si facciano notare di più in persone con patologie avanzate, meno ovviamente nei casi meno gravi, nelle persone sottoposte ad altre cure analoghe e nelle persone sane. Addirittura possono peggiorare i rischi di ictus emorragici (poiché favoriscono la fluidità e l’anti-aggregazione, e questo potrebbe spiegare quel +5% degli ictus in generale), mentre proteggono da quelli dovuti a trombi. Insomma l’effetto dipende sia dalla patologia che dalla sua gravità, ma nei casi elettivi l’effetto sembra esserci eccome, anche se nell’insieme i picchi di efficacia vengono smussati da quelli di minore effetto e da quelli di pazienti meno problematici. Questo non toglie che gli omega-3, ma soprattutto i cibi che li contengono, possano avere un generale effetto protettivo a lungo termine anche nelle persone più sane, nelle quali ovviamente il margine di miglioramento salta meno all’occhio ma dove concorrono a fortificare la buona salute di base. Volendo fare un paragone è come dire che una bottiglietta d’acqua non provoca significativi effetti in un bagnante sulla spiaggia, assetato ma già sufficientemente idratato (anzi produce lo spiacevole effetto di dover cercare un bagno con urgenza), mentre produce significativi miglioramenti generali solo in un uomo raccolto strisciante nel deserto dopo 24 ore di disidratazione forzata e miraggi vari. Osservando in maggioranza i primi casi si potrebbe pensare che bere in caso di alte temperature sia mediamente poco utile. Da notare anche che la durata media degli studi analizzati era di soli due anni, un periodo relativamente breve (il più lungo era di sei anni) per saggiare effetti a lungo termine.
  • In gran parte delle ricerche esaminate gli omega-3 sono stati somministrati come supplementi, sganciati dalle vitamine, dai minerali e dalle proporzioni rispetto agli altri grassi che hanno nei cibi integri sui quali l’organismo si è evoluto: sarebbe stato interessante valutare anche gli aggiustamenti per questa variabile. Purtroppo gli unici due studi “alimentari” sono stati separati dai risultati finali.

Ma la considerazione finale è che l’approccio “da integratori” è sbagliato alla base. Non si può pensare che, senza modificare nulla nelle abitudini scellerate degli occidentali iperalimentati e sedentari, basti qualche capsula di olio di pesce per ribaltare le sorti delle arterie e del cuore. Anzi sono grassi aggiunti a quelli già consumati in eccesso. Ben altra cosa sono decenni di pasta integrale con le sarde, di caciucco, di brodetto, di pesci al forno, di noci e semi oleosi tutti i giorni. E poi notate che è bastato che i ricercatori scrivessero conclusioni appena un po’ deluse e subito i media hanno processato e condannato i poveri omega-3 di inefficacia. Con tutti quei segni negativi nei rischi, almeno un po’ di ottimismo (e magari leggere la ricerca e non solo l’abstract)… e andiamo a recuperare il pesce e le noci dalle ortiche!

 

(1) Rizos Evangelos, Ntzani E. e altri: “Association Between Omega-3 Fatty Acid Supplementation and Risk of Major Cardiovascular Disease Events: A Systematic Review and Meta-analysis”. JAMA (Journal of the American Medical Association), settembre 2012; Volume 308, n. 10, pagine 1024-1033


Responses

  1. Questo caso ripropone il problema dell’ interpretazione dei risultati delle ricerche scientifiche, che troppo spesso ci vengono presentati come indiscutibili perchè “scientifici”, e che naturalmente si prestano ad essere strumentalizzati per dimostrare quello che si vuole.
    Anche l’ abitudine di sperimentare sostanze isolate, invece che specifici alimenti che le contengono, è un punto debole della scienza, ma nonostante l’ evidenza della differenza che esiste, si continua coi soliti metodi.
    Credo che lo “Studio Cina” di Campbell rappresenti qualcosa di rivoluzionario anche per questo motivo.

    • Ciao,
      il tuo commento rimanda infatti ai tre principali pilastri su cui poggia la totale incomprensione che c’è fra il largo pubblico e chi parla di alimentazione:

      1) l’eccessivo riduzionismo su cui per decenni si è basata la scienza della nutrizione
      2) i mass media che non ci capiscono un’acca e vogliono far credere il contrario
      3) la grande industria alimentare che ci sguazza

      Colpa dunque di certa scienza, di certa stampa, di certa industria e dei possibili legami fra loro. Non vogliamo infatti buttare via il bambino con l’acqua sporca: le eccezioni ci sono. Se ben guardi, la storia raccontata nel “China Study” è emblematica di questo: come racconta diffusamente nel libro, Campbell, valido scienziato, si è scontrato duramente con nutrizionisti ottusi, industria malsana e stampa incapace, ma ha trovato anche l’appoggio di altri scienziati illuminati, e le ricerche che ha fatto le ha fatte nell’ambito della scienza. E’ un po’ come parlare della politica di questi tempi: non è colpa della politica o dello stato in sè, ma di molti (troppi) politici disonesti e di molti (troppi) burocrati incapaci…


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