Pubblicato da: pades | 16 marzo 2013

Macrobiotica, mediterranea da sempre

Se siete arrivati qui da un motore di ricerca digitando “macrobiotica”, ho solo poche righe per convincervi a continuare, e ce ne metterò poche di più a dimostrarvi che la macrobiotica non è miso, tofu, tamari, alghe e umeboshi, ma è nata qui, nel bacino del Mediterraneo, più di 2400 anni fa.

Macrobiotica mediterranea

Macrobiotica mediterranea

Le origini. Immaginate di essere nella Grecia antica di 2400 anni fa, intorno al 430 a.C. Potreste imbattervi in un personaggio molto innovativo, che va diffondendo le sue nuove idee su salute e malattia: è Ippocrate di Kos. Sono gli anni di Socrate e dello splendore ellenico, dei grandi fermenti intellettuali. Già nel suo scritto “La medicina antica” Ippocrate critica aspramente la precedente concezione filosofica, trascendente o divina delle malattie e delle cure, insistendo invece sul fatto che il perseguimento della salute e la cura dei malanni richieda osservazione, studio e catalogazione, coinvolgendo anche ambiente e alimentazione, nei quali si possono cercare le cause. Ma c’è di più: gettando le basi del metodo scientifico sostiene che la medicina non deve essere statica e immobile come le credenze e le superstizioni dell’epoca, e non deve accontentarsi di quanto scoperto ma debba evolversi: “il resto sarà poi scoperto nel futuro”, scrive con straordinaria lungimiranza. Un pensiero, per l’epoca, estremamente innovativo.

Ma è in un’altra opera che Ippocrate scrive ciò che ci interessa. Nel suo “Arie, acque, luoghi” descrive, per mezzo di un interessante excursus geografico e antropologico, come l’ambiente in cui si vive e si hanno le radici condizioni e determini la costituzione umana, ed eventualmente anche le sue malattie o la sua longevità (lunga vita). Ed è proprio qui, nel IV capitolo, che le parole macros (μακρος, lungo) e bios (βιος, vita) vengono usate per la prima volta unite in un’unica parola (anche Erodoto, negli stessi anni, usa il neologismo con lo stesso significato nel suo Storie, parlando di popolazioni africane dotate di lunga vita), ponendo in macrobios (μακροβιος) le origini della futura parola macrobiotica (e del termine che in greco ha poi assunto il significato di longevo).

Macrobios

Macrobios, Ippocrate

Riassumendo con parole moderne, Ippocrate sostiene che l’uomo sia molto legato all’ambiente, all’evoluzione (antenati) nel proprio luogo di origine, al cibo che in quei luoghi si è sempre procurato (consiglia già allora pane integrale e cibi semplici). Determinante per la sua salute è l’armonia con l’ambiente e il cibo, che si risolve, se ben perseguita, nell’armonia degli organi interni fra loro e dunque nella salute e longevità.

Attraverso i secoli. Questa filosofia di vita, oltre a dare origine alla medicina moderna in occidente, affascina e convince medici ed eruditi per secoli, attraversando l’Impero Romano e il medioevo come metodo ippocratico per favorire la salute. La parola macrobios si ritrova anche negli scritti (che riportano ampi stralci di Ippocrate) del medico Galeno, di origini turche e vissuto intorno al 200 d.C., che studia la medicina ippocratica e la porta a Roma, alla corte imperiale. E’ tramite lui che l’ippocratismo influenza la medicina fino al 1500. Nel frattempo scienza e progresso tecnologico avanzano, e verso la fine del 1700, con l’inizio della rivoluzione industriale, comincia già a delinearsi il grosso conflitto, giunto fino ad oggi, fra l’opera tecnologica dell’uomo e la natura, con l’effetto collaterale di un suo allontanamento da essa, dalle sue leggi e dai suoi ritmi. Molte persone si spostano dalla vita agreste alle città, che diventano sempre più grandi, affollate e, per l’epoca, alienanti e innaturali.

Makrobiotic copertina

Makrobiotik copertina

La macrobiotica moderna. In questi anni e con queste premesse, più precisamente nel 1796, il medico ippocratico tedesco Christoph Wilhelm Hufeland pubblica il suo “Macrobiotica, ovvero l’arte di prolungare la vita umana” (“Makrobiotik oder die Kunst, das menschliche Leben zu verlängern”, vedi copertina qui a lato). Diviso in due parti (la prima un’ampia panoramica su stili di vita, persone e luoghi, paragonabile per certi versi all’Arie, acque e luoghi di Ippocrate, la seconda con consigli pratici ed etici), il libro auspica un ritorno alla natura e alla vita semplice. Rappresentativa una frase (pag. 136 del vol. I della traduzione italiana del 1799 di Luigi Careno):

“Più che l’uomo resta fedele alle leggi della natura, tanto più egli vive, ma quanto più se ne allontana, tanto più presto si avvicina alla morte; e questa è legge assolutamente universale.”

Ci sono già dunque i germi della corrente di pensiero che propugna la difesa della natura ed un ritorno ad essa, come contrapposizione alla insalubre vita moderna e industriale che in quegli anni sta appena iniziando (e già molti hanno capito che qualcosa non va…). Il libro ha molto successo, viene subito tradotto in diverse lingue e trova un posto nelle biblioteche di tutti gli studiosi europei. Ne parla anche Leopardi, intorno al 1820, ovviamente ironizzando (nel suo stile) sul fatto che prolungare una vita infelice sia poco utile. Fatto sta che con Hufeland il termine macrobiotica è ormai ufficialmente nato:

La macrobiotica di Hufeland

La macrobiotica di Hufeland

La convinzione che una vita e un’alimentazione naturali siano preferibili all’alienante civiltà industriale si rafforza sempre più, e non a caso qualche decina di anni dopo nascono il naturismo e l’igienismo (dal greco υγεία [ygeia], salute – acqua e sapone non c’entrano), sempre di stampo ippocratico, che arrivano all’apice a cavallo fra 1800 e 1900 e fino all’alba della seconda guerra mondiale. Il disastro che è stata la guerra, oltre a frenare per anni la cultura naturista ippocratica, ha avuto pure il demerito di dare inizio all’industrializzazione del cibo, pratica richiesta da un fabbisogno di alimenti a lunga conservazione, trasportabili e a buon mercato per le truppe e per le popolazioni schiacciate dall’economia di guerra e dalla successiva ricostruzione. Ci vogliono decenni perché i movimenti naturisti riguadagnino seguito nel largo pubblico ormai legato a questo cibo comodo e allettante, fino ai movimenti giovanili-naturistici degli anni ’50-’60, con le note influenze di filosofie orientali e sentimenti di protesta contro l’alienante industrializzazione della vita. E’ in questo terreno fertile che il giapponese  Yukikazu Sakurazawa, che dopo essersi trasferito in Francia assume il nome di Georges Ohsawa (poi George, senza la “s”, per gli anglofoni), riesce a far conoscere la sua personalissima visione dell’alimentazione. Conosce sicuramente gli scritti di Hufeland e dei naturisti, ma vi affianca generose dosi di filosofia e tecniche alimentari orientali. Comincia a chiamare il suo punto di vista “macrobiotica” alla fine degli anni ’50, e da allora per molto tempo, non si sa bene perché, viene associato tout court al termine, tanto che fino a pochi anni fa ne viene addirittura considerato l’inventore (3)(4). Non è ovviamente questa la sede per un’analisi delle sue opere, ma la deviazione rispetto alla solida strada ippocratica e di Hufeland è stata grande e stranamente poco contestata: a parte l’introduzione arbitraria di tutta la teoria dello Yin e dello Yang (ricordate, all’inizio, che Ippocrate già criticava l’applicazione della filosofia alle questioni di salute?)(1) vengono introdotti precetti alimentari poco naturali come l’eccessiva cottura, le onnipresenti frittura e tostatura, la limitazione della frutta e di molte verdure crude e delle solanacee in toto, l’uso di alimenti assolutamente non tradizionali in occidente e l’eccessivo uso di sale, solo per citarne alcuni. Insomma, uno strano stile alimentare che però trova facile presa in una società già sofferente di un generico appiattimento culturale, nella quale si sente il bisogno di apparire originali e alternativi, e in cui è molto più comodo bersi tutto quello che ci propinano senza porsi dubbi, approfondire, studiare (2). Da qui alla zuppa di miso e alghe anche a colazione, il passo è stato breve.

La vera macrobiotica. E quindi, direte voi? E quindi quello che serve è tornare sulla strada originale (culturale e storica) della macrobiotica, ippocratica e naturista come ha attraversato la storia negli ultimi 2400 anni, superando una volta per tutte la deriva orientaleggiante. La macrobiotica deve essere un modello (alimentare e di vita) che abbia come base la natura, l’evoluzione dell’uomo e degli alimenti che si è scelto per prove ed errori lungo i millenni (non esiste un cibo adatto all’uomo, è l’uomo che si è adattato ai cibi), un cibo che deve essere semplice, tradizionale (nel senso di radicato nella storia evolutiva e culturale), regionale (legato all’area geografica dove ci si è evoluti) e stagionale (che segue i ritmi e i cicli della natura). Un modello che si confronti (al giorno d’oggi è tassativo) anche con la scienza (e infatti proprio dalla scienza riceve ogni giorno sempre più conferme). Un modello che punti all’armonia dell’uomo con l’ambiente dove vive (dunque, oltre al cibo, anche stile di vita, etica e sostenibilità). Ed è perciò un modello che può (e deve) essere diverso nelle varie parti del mondo, nelle quali le varie etnie hanno avuto evoluzioni differenti: ci sarà, certo, una macrobiotica giapponese (ma probabilmente più simile alla dieta degli abitanti di Okinawa che a quella di Ohsawa), una macrobiotica africana nelle sue varie zone climatiche, una macrobiotica nord o sud americana (ma studiando le diete dei nativi, dagli Inuit del Canada agli Incas del sud America, non certo il coacervo di abitudini dei colonizzatori moderni) e così via. La nostra zona mediterranea, di tradizione greco-etrusco-romana, è la culla ideale di quella che dai primi anni ‘90 ho definito macrobiotica mediterranea, che è l’oggetto di questo blog (vedi anche il riquadro a lato “la macrobiotica mediterranea in 20 parole”).

Dunque dobbiamo pensare alla macrobiotica come ad un modello di vita (come peraltro sosteneva anche Ohsawa) che deve rimanere nella direttrice ippocratica e naturista, e non va intesa come una semplice dieta alla moda, men che meno solamente ‘orientale’.

E ripartiamo da qui.

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Ma perché, insomma, questa invettiva in difesa della parola ‘macrobiotica’? Perchè non mi piace la superficialità con cui al giorno d’oggi si travisano e si usano a piacimento i significati delle parole, e perchè non schierarsi contro gli errori e le ingiustizie equivale ad accettarli.  Non da ultimo la parola è eufonica (ha un bel suono), è sempre moderna, funge egregiamente da contenitore per un modello che può spaziare dall’alimentazione allo stile di vita all’etica, e perché è la sintesi dell’origine e del percorso che ha seguito dall’epoca della Grecia antica, ai Romani, fino a noi. A pensarci bene, probabilmente gli stessi motivi per cui anche Hufeland, all’epoca, la usò.

“Lo studio senza un’applicazione pratica è inutile, l’applicazione pratica senza lo studio pericolosa”  (G. Ohsawa)

(1) Non sto dicendo che non esistano energie più sottili di quello che appaia, nel cibo che mangiamo. Ad esempio fino a qualche anno fa parlare di antiossidanti negli alimenti era come parlare del bosone di Higgs in fisica. Nel futuro ci sono la nutrigenomica, la nutrigenetica, tutte cose che la scienza comincia a conoscere solo ora ma nelle quali la filosofia non c’entra, anche se appaiono ancora eteree. In una pianta commestibile è più probabile che le radici siano più “riscaldanti” delle foglie perché hanno più amidi a catena lunga, non perché crescono verso il basso e quindi sono più Yang. Inoltre, spesso viene da pensare che l’equilibrio ottenuto da due forze che tirano in direzioni opposte sia più simile ad una tensione. L’armonia è un’altra cosa.

(2) Ho davanti a me una edizione del 1986 de “Il nuovo libro della macrobiotica” di Michio Kushi, allievo di Ohsawa. A pagina 34, parlando della storia della macrobiotica, cita Hufeland. Quanti, dal 1986, hanno avuto lo spirito di domandarsi chi fosse e approfondire?

(3) Ohsawa rimase colpito da Hufeland, tanto che, secondo le cronache, volle incontare un suo discendente in Germania, nel 1958. Nel 1959 scrisse “Zen Macrobiotics”, che venne pubblicato nel 1960. Fu il primo uso ufficiale del termine “macrobiotica” da parte di Ohsawa, a parte (si dice) un inciso a nota di una traduzione in giapponese di “Man, the unknown” di Alexis Carrel, che curò tempo prima, ma che ancora non sono riuscito a reperire.

(4) Una chicca documentale: in realtà il binomio Macrobiotica-Hufeland è stato sempre ben noto a chi si interessava di salute e alimentazione, come dimostra questa citazione tratta dagli atti del Senato del 1952, nella quale il senatore Giuseppe Alberti (medico) interviene nella discussione legata a longevità e sistema pensionistico citandoli con disinvoltura (cliccare per ingrandire). E’ solo uno dei tanti esempi che dimostrano come la macrobiotica di Ohsawa sia stata una “grande novità” solo per chi era superficialmente informato. Da notare che al momento della citazione (nel 1952) Ohsawa ancore neanche ci pensava al termine “macrobiotica”, che nella cultura occidentale era invece già diffuso.

Macrobiotica ben prima di Ohsawa

Macrobiotica, ben prima di Ohsawa


Responses

  1. Mi dispiace Pades, ma non sono assolutamente d’ accordo con te: il tuo articolo è un’ accozzaglia di luoghi comuni e superficialità, ma non starò certo a rispondere ad ognuna delle tue discutibilissime affermazioni.
    Mi preme invece sottolineare come tutti i critici della macrobiotica (intesa nel suo significato convenzionale) dimostrino gli stessi difetti nelle loro argomentazioni (che si rivelano poi la loro zappa sui piedi) nell’ identificare la macrobiotica con le idee di Ohsawa, e nel giudicare affrettatamente (e presuntuosamente) tutto ciò che non è inquadrabile nel rigore della scienza convenzionale, etichettandolo come “filosofia”, che è un altro nome per fantasia, superstizione e ciarlataneria.
    NON E’ ASSOLUTAMENTE COSI’.
    Ohsawa ha gettato i semi di quella che ha tutti i crismi di una scienza, ma dopo di lui ci sono stati i suoi discepoli che hanno approfondito, sviluppato e aggiornato i suoi insegnamenti (mai sentito parlare di Michio Kushi?).
    Di tutto ciò, però, i soliti detrattori si guardano bene dal parlare.
    Posso assicurarti che quando parli di “interpretazione arbitraria del significato di yin e yang secondo Ohsawa” sei in flagrante errore.
    Se vuoi capire qualcosa della macrobiotica ti consiglio vivamente di leggere “Il Grande Libro dell’ Ecodieta”, di Carlo Guglielmo, uno dei più seri e preparati studiosi di nutrizione al mondo, nonchè esperto e consulente di vecchia data proprio di macrobiotica , in particolare i capitoli: “Yin-Yang, informazione ed energia” (pag.319) e “Yin-Yang, tradizione e scienza” (pag.553), dove si chiarisce appunto l’ annosa questione dello “stravolgimento”.

    • Ah ah… Chissà perchè… esattamente il commento che mi aspettavo. Sempre gentile.
      Conosco Kushi, conosco Guglielmo. Nel post non parlo della questione dello “stravolgimento” della filosofia, ma proprio del fatto che non ha senso applicarla, che Ohsawa l’ha introdotta arbitrariamente, che la macrobiotica vera non ne ha bisogno. Non mi interessa capire se è stata intesa per dritto o per rovescio. Insomma mi piacerebbe non vedere più le parole Yin e Yang vicino alla parola macrobiotica.
      (Il commento è stato pubblicato integralmente, la mia pazienza stile Giobbe è ormai proverbiale…)

  2. Non capisco come mai ci siano per forza da negare o da insistere riguardo alcuni modi di spiegare la stessa cosa: cosa sono lo yin e lo yan? sono il modo che Oshawa ha usato per spiegare le sottili differenze delle cose, le cose che si attraggono o si respingono, gli equilibri del cosmo… il fatto che essi esistano o non esistano è irrilevante… Shakespeare disse bene con “ciò che noi chiamiamo con il nome rosa, anche se lo chiamassimo con un altro nome, serberebbe pur sempre lo stesso profumo”. Qui non si parla di esistenza o no di queste due “forze” ma di origini. Oshawa ha preso una ideologia alimentare e salutare del mediterraneo e l’ha rivalutata insieme a ciò che lui già sapeva della sua terra di origine. sono sicura che il modo migliore di mangiare nel posto dove vivo sia quello di nutrirmi di ciò che vi nasce senza l’utilizzo di serre, concimi, ecc, però credo che in casi particolari alcuni alimenti, tipo l’alga, o le prugne humeboshi, o il miso, possano essere utili per aiutare i. nostro corpo… come del resto quei frutti dell’amazonia ricchissimi di antiossidanti e vitamine che addirittura abbiano la capacitàò d guarire dal cancro (beninteso che il malato deve comunque cambiare la propria dieta), presi in modo quotidiano dall’altra parte del mondo secondo me non fanno bene!
    Una puericultrice italiana parlava di questo proprio in un libro sullo svezzamento: anche se vivo in Italia non dovrei mangiare i frutti “made in italy” a prescindere, ma quelli della mia zona: se abito in piemonte non dovrei mangiare arance, perchè non mi servono, ma altri frutti, come le mele, che crescono col clima e le caratteristiche organoelettiche dell’ambiente in cui vivo e quindi utili a nutrire il mio corpo nel modo giusto per stare nel modo adattoa tale clima…(detto con parole mie, dato che al momento non ho tale libro tra le mani e non lo leggo da oltre un anno).
    Insomma, in Lombardia non mi servono le arance, e in Puglia non mi serve l’ananas, e in norvegia non mi servono i kiwi… se una pianta viene presa da un ambiente diverso dal mio e oltivata nel mio cresce comunque rigogliosa e fruttifica abbondantemente, allora direi che per me va bene mangiarne i frutti. Se tale pianta cresce a stento e fa pochi frutti e si ammala o simile, direi che i suoi frutti non dovrei mangiarli. mi pare semplice…
    il fatto che medici, scienziati e filosofi diano nomi diversi e motivazioni diversi da questo principio non ha importanza. sicuramente io so che la mela fa bene, che mangiando la cipolla il mio stomaco trona a posto e che se bevo tanta acqua mi sento male, mentre mia sorella non digerisce la cipolla, la mela le fa bene, ma ha bisogno di bere 2 litri di acqua al giorno o si sente disidratata… eppure siamo nate dagli stessi genitori, mangiato gli stessi cibi, cresciute nella stessa città… nessuna scienza può spiegarmi questo! Però può studiare i vari elementi del mio stomaco, del mio fegato ecc e quelli di mia sorella, studiare i cibi nel particolare e dire perchè a me una cosa e amia sorella l’altra… ma troppe persone danno diete in modo assoluto senza valutare la diversità di ogni individuo. ci sono linee di massima utili per la maggior parte delle persone e altre no… impariamo a conoscere il nostro corpo e l’ambiente intorno a noi, e piano piano ci avviciniamo al modo giusto di alimentarci.
    naturalmente dalla teoria alla pratica c’è un divario enorme, soprattutto perchè pur sapendo che s emangio pane con lievito chimico gonfio, io ogni tanto ne mangio, che non dovrei toccare l’ananas perchè è un frutto tropicale, ma ogni tanto cedo e lo mangio, e via dicendo…però vedendo che i latticini mi facevano ammalare, li ho eliminati del tutto… piamo piano migliorerò!
    quando ci avviciniamo a qualsiasi ideologia dobbiamo, prima di emettere un giudizio, viverla, per capire cosa quello studioso abbia vissuto per dire o formulare tali teorie… naturalmente nei limiti del ragionevole!
    Io sono una cristiana credente, ma credo nel prana, ovvero l’energia che permea ogni cosa, e credo che le piante abbiano sentimenti, dato che di recente uscendo di casa ho sentito nel cuore che il solitario abete della corte era depresso, ci ho fatto giocare la mia piccola intorno per un mese, l’ho sentito meglio, e ho scoperto solo due giorni fa che il proprietario della corte lo fuole tagliare (alle mie bimbe ho detto uccidere, perchè non capivano) e allora ho capito come mai per la prima volta in vita mia ho percepito una creatura vegetale! alcuni penseranno che son pazza, strana, fissata… non mi interessa. gli scienziati stanno dimostrando adesso cose che molti sapevano già, solo che stanno usando nomi scientifici e spiegazioni razionali che chi era senciplemente in armonia col tutto capiva in modo intuitivo e tramite gli esperimenti e il tramandare della conoscenza di maestro in allievo!
    si potrebbe parlare all’infinito di queste cose, ci sarebbe chi dissentisce, chi userebbe un linguaggio più specifico e colto del mio, chi impreca e da di matto a tutti, chi approva qualsiasi cosa detta, per poi non avere un’opinione sua e alla fine della lettura continua a mangiare da mcdonalds, nutella, cibi e non-cibi che ammalano… ma una cosa la so: Dio ha creato un mondo perfetto, ricco di tutto ciò che ci occorre per tenerci in ottima salute e per curarci, ci ha dato un corpo perfetto, tranne in rari casi, che ha capacità autocurative, e dove lui fallisce, ci ha dato aiuti dalla natura er rinforzare i nostri organi… chiamatelo come volete, io non seguo la macrobiotica, non sono vegetariana, non sono crudista, nemmeno veganao tutto ciò che volete, semplicemente potrei dire che seguo l’istinto, aiutato dagli studi che altri più in gamba, colti e curiosi di me hanno fatto. sapere che se tutti intorno a me hanno la gastroenterite e che se sento un leggero fastidio alla pancia e mangio una cipolla cruda impedisce che mi ammali va bene, se so il perchè è meglio, in modo che se altri, scettici, hanno bisogno, posso spiegarlo in modo convincente! Dopotutto chi, a parte pochi, mangerebbe una cipolla intera cruda?

    • Grazie Sara, un intervento molto interessante.
      Sul nome delle cose (bella la frase di Shakespeare) ti potrei dare ragione, ma il problema è che al giorno d’oggi la mole di dati e informazioni che ci arrivano addosso è tale che per organizzarli e metabolizzarli tutti occorre almeno condividere con gli interlocutori i termini e i significati di base, pena una Babele ingovernabile e confusa. Se potessimo comunicare trasmettendoci mentalmente l’immagine il profumo e il colore della rosa, darle un nome sarebbe superfluo, ma siccome non è così, se dico a qualcuno “ho trovato una bellissima rosa” è opportuno che condividiamo il significato di “rosa”, e ci capiremo al volo.
      Ma potremmo discuterne per ore, hai ragione.
      Piuttosto è interessante l’episodio dell’abete: sono convinto che se si è in armonia (la base della macrobiotica è l’armonia) con un certo luogo sia più facile percepire anche i sentimenti delle crature che lo abitano. E ci può essere anche una spiegazione scientifica per questo, ancora indimostrabile: possiamo ipotizzare che il nostro cervello emetta e riceva onde elettromagnetiche (e questo più o meno si sa), e se siamo in armonia con l’ambiente le frequenze sarebbero simili a quelle emesse dalle altre creature, e dunque più facilmente intercettabili per risonanza. Pensa quanto l’istinto sia fondamentale per gli animali, e come lo era per i nostri antenati quando vivevano non solo immersi nella natura, ma come parte della natura. Con uno sguardo un animale capisce se siamo ostili o meno nei suoi confronti. Cosa è l’istinto se non il capire l’essenza dell’ambiente che abbiamo intorno e di tutti i suoi segnali, con i suoi milioni di variabili? Non sono baggianate: occorre solo aspettare che la scienza affini i suoi mezzi per arrivare a quei livelli di dettaglio. Sono convinto che se uno mangiasse per anni solo le mele del proprio orto, il suo apparato digerente saprebbe poi distinguere al volo una mela proveniente da un’altro continente, cresciuta in un altro ambiente: il nostro sistema nervoso enterico (la rete neurale dell’intestino, vedi post sul “secondo cervello nella pancia”) è così complesso che troverebbe senz’altro le differenze, perchè dopo anni di quelle mele saprebbe cogliere le dissonanze chimiche della mela “straniera”. Su concetti del genere si basa la mia macrobiotica.


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