Pubblicato da: pades | 14 maggio 2014

Amici del microbiota, vi manca solo la parola

Tutti noi abbiamo un organo aggiuntivo: i batteri intestinali. Con un patrimonio genetico di cento volte superiore al nostro. Per fortuna sono nostri amici.

Microbiota

Microbiota

Qualche post fa abbiamo visto quanto sia importante il secondo cervello nella pancia, il sistema nervoso enterico, e in quell’occasione abbiamo lasciato un po’ sullo sfondo il fatto che esso dialoghi anche con la comunità di batteri che popola il nostro intestino. Batteri che fino a qualche anno fa erano chiamati “flora intestinale”, ma che da quando i batteri non sono più classificati nel regno vegetale (ma in un regno a sé stante) hanno cambiato nome ed ora quello condiviso è microbiota intestinale. Ulteriore differenza da tener presente è quella fra microbiota (la comunità di batteri) e microbioma (l’insieme di tutto il loro genoma), perché confonderli è purtroppo un’imprecisione che si nota spesso, soprattutto in articoli un po’ datati.

Il microbiota intestinale può essere considerato un eso-organo, in quanto (come vedremo) è indispensabile alla nostra salute e dotato di ragguardevoli dimensioni (può arrivare a pesare intorno ad un chilo). La cosa interessante è che è composto da più di 400 tipi di batteri, dunque rappresenta una biodiversità tale da potersi adattare a molteplici situazioni. Come abbiamo capito nel post qui sopra sulla genetica, questa notevole capacità di adattamento è dovuta soprattutto alla incredibile varietà di genoma di tutte queste specie batteriche, che arriva ad essere addirittura 100-150 volte il nostro per un numero globale di cellule che supera quello del nostro stesso organismo. Come vedremo, la vastità del microbioma e la conseguente versatilità del microbiota sono il punto chiave della faccenda, ed il motivo per il quale il nostro organismo ha scelto di firmare con il microbiota un’alleanza, ormai indissolubile, che dura da milioni di anni.

La grande capacità di analisi del nostro secondo cervello nella pancia gli permette infatti, per via biochimica, di interpretare i segnali dei batteri (quantità e qualità degli enzimi e dei metaboliti prodotti, ph intestinale, e molteplici altri parametri) e di rispondere di conseguenza, esercitando un controllo sulla stessa comunità batterica (creando le condizioni perché un tipo di batteri piuttosto che un altro prosperi o venga eliminato, ad esempio). A questo proposito, come direbbe La Settimana Enigmistica, non tutti sanno che… tolta l’acqua, almeno il 30% delle feci è composto da batteri del microbiota: vista la loro capacità di moltiplicarsi, dobbiamo pur eliminare l’eccesso, in qualche modo… (4)

Dunque il quadro si fa interessante: il sistema nervoso enterico collabora con un esercito di batteri che usa come “mediatore culturale” con il cibo, cioè la parte di ambiente esterno che giornalmente entra dentro di noi. Il nostro apparato digerente infatti, anche se già adattabile di suo, amplifica questa caratteristica con la versatilità e la velocità (2) di risposta del microbiota, che lo rendono molto più elastico e consentono risposte più precise, senza contare il fatto che i batteri possono produrre enzimi (per digerire ad esempio le fibre) che noi non siamo in grado di sintetizzare. La versatilità del sistema microbiota-intestino si rende necessaria per poter affrontare la normale variabilità di nutrienti nei cibi: oggi il pane può avere più fibre di ieri e magari di una qualità leggermente diversa, oppure in questo mese abbiamo mangiato una varietà di spinaci differente da quella del mese scorso. La qualità del microbiota ovviamente dipende dalla carica batterica ambientale presente nella zona in cui viviamo e che rimane sui cibi che mangiamo (alla quale l’organismo si deve già adattare e che conosce anche per altre vie), e per certi versi è molto “regionale”, e dipende anche dalle abitudini alimentari “tradizionali” e da quanto cibo crudo (dunque non sterile) si consuma abitualmente. Il microbiota è una compilation di ceppi batterici già presenti intorno a noi che già sono in grado, per loro sopravvivenza, di digerire i vari alimenti, e il nostro organismo li ha selezionati pazientemente in milioni di anni per poter meglio digerire a sua volta gli stessi alimenti. Ad esempio i giapponesi, che consumano abitualmente alghe, hanno nel microbiota un tipo di batterio che produce un enzima adatto a demolire le fibre coriacee di alcune alghe (1). Il batterio è migrato dall’ambiente marino al microbiota dei giapponesi millenni fa dopo vari rimescolamenti di DNA con altri batteri marini, trasportato sulle stesse alghe, e lì è rimasto. Quel tipo di batterio non si trova in nessun’altra popolazione, e la domanda interessante potrebbe essere: se un europeo andasse a vivere in Giappone potrebbe ospitare quel batterio? Il suo intestino lo accetterebbe? Viceversa, un giapponese che emigra in Nord America e smette di mangiare alghe lo conserva? L’equilibrio intestino-microbiota ha tutta l’aria di essere delicato, e infatti lo è: pensate ad esempio l’effetto “napalm su foresta del Vietnam” che può avere una terapia antibiotica sul nostro povero microbiota. Sembra infatti che dopo aver assunto antibiotici il microbiota non riesca più purtroppo a tornare esattamente come era prima, ed è quasi sempre questa la causa delle successive noie digestive lunghe a risolversi (nota doverosa: gli antibiotici possono salvare la vita, qui si parla di terapie antibiotiche superflue, o peggio che mai auto-prescritte senza il medico).

Il microbiota può essere simile in individui di una certa comunità, molto simile nel gruppo familiare, ma diventa già molto diverso appena si cambia la dieta (2), e questo ovviamente vale anche per gli animali. Ad esempio le scimmie, pur essendo geneticamente molto vicine a noi, hanno un microbiota molto differente da quello umano perché hanno una dieta molto meno “densa”, con molte più fibre che necessitano di una particolare fermentazione, e infatti con l’evoluzione hanno sviluppato anche un colon più lungo del nostro per ospitarlo (l’alta “densità” della dieta umana, cioè più nutrienti a parità di volume di cibo, è stato uno dei fattori acceleranti della civiltà).

Su quanto sia determinante avere un buon microbiota, ed averne uno piuttosto che un altro, le ricerche sono ormai innumerevoli. Si è visto ad esempio che topi di laboratorio ai quali viene tolto, con complicate tecniche, tutto il microbiota vanno incontro ad un rapido quanto inesorabile decadimento fisico e non riescono più a digerire efficacemente i cibi, mentre due topi con identico genoma (quindi gemelli), identica dieta ma diverso microbiota (opportunamente “pilotato”) tendono -ad esempio- ad avere uno un metabolismo sano e l’altro a diventare obeso.

Alla fine, il succo della faccenda qual è? Che i milioni di geni presenti nel gigantesco genoma del microbiota vengono espressi in maniera diversa a seconda della dieta, dell’ambiente, della stagione, dell’età e chissà cos’altro, rendendo la risposta dei batteri intestinali e dell’apparato digerente estremamente efficace, veloce, plastica e versatile, ma questo non vuol dire che la dieta abituale possa subire continui strappi o (come vorrebbero fare alcuni scienziati modificando artificiosamente il microbiota) assecondare l’introduzione massiccia di cibi super-industriali, finti e ai limiti del sintetico. L’evoluzione ci ha adattati ad usare l’elasticità del microbiota per i cambi, ad esempio, da una stagione all’altra o per assecondare periodi di relativa abbondanza o diversità di questo o quell’alimento, ma sempre entro i confini di una dieta in linea di massima “conosciuta” e naturale, e ci sono limiti oltre i quali il sistema intestino-microbiota crolla. Tutti gli studi sembrano infatti dimostrare che esasperazioni che sconfinano in diete dissennate alterano così tanto il microbiota da rendere il rapporto con il sistema nervoso enterico ingovernabile e potenzialmente nocivo per il metabolismo e per lo stesso apparato digerente.

E’ ad esempio dimostrato che il microbiota, sebbene sia in grado di normalizzare l’infiammazione delle cellule dell’intestino, con una dieta eccessivamente carnea (stile yankee per intenderci) non riesca a sostenere la continua infiammazione latente che si crea, con conseguente colite, infiammazione cronica e rischio di cancro al colon. Altro caso: si è visto che i soggetti obesi hanno un microbiota completamente sballato, che in un circolo vizioso altera poi le vie metaboliche di diversi alimenti, con ulteriori ricadute sulla salute (insulinoresistenza, sindrome matabolica, ecc.). D’altro canto una dieta con abbondanti vegetali (fibre) sembra più adatta a mantenere un buon equilibrio fra apparato digerente e microbiota, con conseguente aumento tra l’altro della produzione di acido butirrico, protettivo per le cellule dell’intestino.

Quello che insomma viene fuori dalla ricerca scientifica è una serie di conferme del fatto che uno stile di vita naturale sia il mezzo migliore per far proseguire la millenaria alleanza fra noi e il nostro microbiota, e un consiglio: badare alla nostra comunità di batteri intestinali come ad un qualsiasi altro organo, dando al nostro fido secondo cervello nella pancia e al suo alleato batterico quello che, dopo millenni di pacifica e collaborativa evoluzione, si aspettano: un’alimentazione naturale.

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(1) J.H Hehemann, G. Correc, T. Barbeyron, W. Helbert, M. Czjzek & G. Michel

“Transfer of carbohydrate-active enzymes from marine bacteria to Japanese gut microbiota”

Su “Nature” numero 464, pagine 908-912 (8 Aprile 2010).

(2) L.A. David, C.F. Maurice e altri

“Diet rapidly and reproducibly alters the human gut microbiome”

Su “Nature” numero 505, pagine 559-563 (23 gennaio 2014)

(3) P.J. Turnbaugh, R.E. Ley e altri

“An obesity-associated gut microbiome with increased capacity for energy harvest”

su “Nature” numero 444, , pagine 1027-1031 (21 dicembre 2006)

(4) Il resto sono fibre, sostanze da alimenti assunti in eccesso, grassi, fluidi digestivi e materiali di scarto vari fra cui le cellule morte dello stesso intestino. Tutto questo tolta l’acqua, che arriva al 60/70% sul totale.


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