Pubblicato da: pades | 2 febbraio 2013

Un secondo cervello nella pancia: istintivo, antico e autonomo

Secondo cervello

Secondo cervello

Nutrizionismo: è vero solo quello che sa adesso. Quello che lascia sempre un po’ perplessi del nutrizionismo è quel senso di limite legato all’epoca in cui si trova. Quando tutti insistevano su proteine, carboidrati e grassi, qualsiasi condizione di salute poteva spiegarsi con una giusta o sbagliata proporzione di questi tre macronutrienti. Poi sono arrivate le vitamine e altri micronutrienti, e giù pillolone e libroni di biochimica tradotti in pastiglie per guarire qualsiasi cosa. Più di recente, i gloriosi antiossidanti e altre sostanze funzionali hanno sollecitato le fantasie salutistiche di consumatori e studiosi, con un luminoso luna park che va dal resveratrolo agli antociani passando per gli immancabili arabinoxilani e glucosinolati. E guai se un pasto non comprende una generosa dose di carotenoidi. A seconda del momento ci si illude insomma di aver capito tutto, e il riduzionismo deviato incombe: se la ricerca ha certificato dieci punti saldi, tutto il modello nutritivo deve essere interpolato su quei dieci soli punti, e tutto quello che risulta ancora sconosciuto o inspiegabile o non è compreso nel modello viene rifiutato, tacciato di eresia o, se va bene, di essere idee un po’ troppo eccentriche di qualche strano personaggio. Per essere poi integrate prontamente nel modello qualche anno più tardi, quando qualche nuovo studio le eleva agli onori della scienza.

La novità: la nostra pancia non è uno stupido tubo. Per dare un esempio di tutto questo e del fatto che più il modello nutrizionista si affina più l’alimentazione naturale riceve conferme, ecco l’ultima eccitante novità, che da qualche anno si dimostra sempre più interessante: la scoperta della complessità del sistema nervoso enterico, una rete di 500 milioni di neuroni sparsi lungo tutto l’apparato digerente, fortemente interconnessi fra loro ma, ora sembra, anche in dialogo con i batteri intestinali (microbiota), nonché con il sistema nervoso centrale ed il cervello, e dotato di una potente autonomia decisionale e di elaborazione delle informazioni (1). In pratica, a seconda del cibo che ingeriamo, questa gigantesca rete, che io paragono ad una rete neurale, produce una risposta precisa e appresa in millenni di evoluzione, che pilota la produzione di ormoni, secrezioni, motilità intestinale e perfino risposte emotive, in modo del tutto autonomo. Come tutte le reti neurali, il suo comportamento dipende dall’apprendimento, costituito in questo caso dall’insieme di prove ed errori che i nostri antenati le hanno fornito mangiando, e che hanno costruito nel tempo la sua conoscenza tramite l’evoluzione, partendo probabilmente dall’Homo habilis quasi due milioni di anni fa. E come tutte le reti neurali dà il meglio di sé quando riceve in ingresso un insieme di parametri il più possibile simile a quelli già conosciuti, mentre abbozza una risposta solo plausibile se le variabili sono distorte. Tradotto, significa che se mangiamo alimenti che il nostro organismo riconosce, la digestione e la risposta in salute sono le più equilibrate possibili, in armonia con la nostra evoluzione. Idee, come dicevamo, accolte da sberleffi e sorrisetti ironici fino a qualche anno fa, ma adesso guardate con maggiore serietà, e che potrebbero anche intrecciarsi con la nutrigenomica e la nutrigenetica, altro promettente filone di studio che sicuramente darà i suoi migliori frutti fra una decina d’anni, dopo aver subìto la sua trafila di risolini.

Ma la macrobiotica non lo dice da decenni? Ebbene, tutto ciò non vi ricorda quello che la macrobiotica come la intendiamo noi, di tipo naturista, sostiene da sempre quando sintetizza dicendo che l’alimentazione deve essere tradizionale, regionale e stagionale perché più in armonia con il nostro corpo, con la sua evoluzione e la sua storia alimentare? Tre aggettivi che la rete neurale che abbiamo nella pancia gradisce molto di più dei cibi finti, industriali, ricostruiti, trasportati e conservati fino all’accanimento, che generano invece una risposta alquanto scomposta. Insomma, andiamo verso un’ulteriore conferma scientifica dell’alimentazione naturale, con interessanti risvolti: la complessità della rete neurale e del suo collegamento con l’esterno sembra così elevata che potrebbe spiegare anche le più piccole differenze di reazione al cibo, come ad esempio mangiare lo stesso alimento in estate o in inverno, o addirittura mangiarlo da soli o in compagnia. Per non parlare dei vari disturbi finora classificati come “psicosomatici”, che potrebbero essere un segnale di conflitto fra il cervello razionale e quello di pancia, che ancora ragiona in maniera istintiva e strettamente legata alla natura, dalla quale troppi tendono ad allontanarsi. Penso che ne vedremo delle belle.

(1) A chi interessa approfondire: si può partire dagli studi di Keith A. Sharkey, Università di Calgary.

(2) Ma perché molti, invece di allargare la visione delle cose, si ostinano a voler modellare la realtà con le poche cose che hanno, restringendo il campo visivo invece di allargarlo? Dove e perché, in questa nostra cultura, si perde la prospettiva? E’ interessante notare come molte parole che finiscono in –ismo abbiano una connotazione quasi negativa, come se indicassero una sorta di visione volutamente parziale o semplificata di una realtà più complessa. “Riduzionismo” è una parola emblematica in questo senso, come  “Nutrizionismo”  che sembra volere a tutti costi semplificare la nutrizione, che semplice non è affatto. Ma pensiamo anche a certa medicina, che in molti casi sembra aver perso la visione “olistica” di stampo ippocratico per diventare un “mestiere” in cui, con qualche domanda interpolata su qualche sintomo, si pretende di risolvere semplicisticamente l’effetto piuttosto che la causa: in questi casi mi verrebbe da chiamarla “medicalismo”, per continuare il gioco degli -ismi. E pensare che medicina ippocratica, naturismo e macrobiotica sono legati da un forte filone comune… ma questa è una delle prossime storie.


Responses

  1. Concordo pienamente: più la scienza (quella seria) approfondisce le sue conoscenze, pù viene confermata la saggezza antica basata sulla visione olistica e sulla comprensione della natura (anche se questo non viene mai riconosciuto, almeno ufficialmente).

    • Infatti,il bello è vedere confermare queste idee una dopo l’altra dalla scienza. Leggo sempre più spesso nelle parti finali degli studi (le “discussion“) frasi del tipo “nonostante questa o quella cosa non siano ancora provate, essendo comportamenti largamente adottati in natura con successo, sono largamente consigliabili“, fino ai razionalissimi anni ’80 considerate eretiche. Penso sia ormai chiaro anche agli scienziati che se la scienza si chiude su sè stessa e pretende di procedere solo su ipotesi “razionali” si avviluppa su sè stessa, mentre sono salutari delle belle iniezioni di pensieri alternativi, che servono da indispensabile stimolo a ricerche che altrimenti non verrebbero fatte.
      Grazie e ciao.


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