Pubblicato da: pades | 14 maggio 2014

Macrobiogenetica tra i fornelli

Ovvero: come parlare di genetica con un bambino di dieci anni cucinando in una assolata giornata di primavera, e uscirne indenni. E se avete sempre sbuffato come locomotive di fronte a termini come nucleotidi, epigenetica, istoni e nutrigenomica, allora questo post, poco serioso ma che aiuta a capire i termini, potrebbe essere meno soporifero di quelli che avete letto finora.

Macrobiogenetica

Macrobiogenetica

Come ormai sa benissimo chi ci segue, la nostra macrobiotica (ippocratica, naturista e scientifica) è legata a triplo filo all’evoluzione dei nostri antenati in questa o quella zona climatica e geografica, all’ambiente e ai cibi che hanno incontrato lungo i millenni, a come hanno interagito con la natura che li circondava. Studiando questi aspetti è impossibile non appassionarsi a tutto ciò che gira intorno a geni e DNA, che hanno permesso ai nostri avi di lasciarci in eredità molta della loro esperienza attraverso un continuo adattamento del proprio patrimonio genetico.

Il nostro DNA è infatti uno straordinario archivio di come siamo stati e di come dovremmo essere per vivere in perfetta sintonia con l’ambiente (e dunque anche con il cibo), e nel contempo la genetica è un campo di studio estremamente affascinante poiché, come vedremo e come pochi sanno, è ancora pieno di veri e propri misteri scientifici tuttora irrisolti.

Visualizziamo solo per un momento il DNA per quello che è, e cioè come una lunga catenella di combinazioni di sole quattro diverse molecole (dette A, C, G, T), che codifica tutto il nostro patrimonio genetico, o genoma: la fila di queste molecole (basi nucleotidiche, nucleotidi per gli amici) è sottilissima (due milionesimi di millimetro), ne contiene svariati miliardi e, una volta “srotolata” fuori dai cromosomi, è lunga più di due metri, e questo per ogni singola cellula. Singole porzioni di questa catenella, composte da diverse migliaia di nucleotidi, sono i famosi geni (l’uomo ne ha circa 23.000). Il genotipo, cioè quello che potenzialmente il nostro DNA può farci diventare, si esprime nel fenotipo, cioè quello che alla fine ne è uscito fuori: partendo dalla prima cellula embrionale i geni e l’ambiente cellulare (interagendo, vedremo come) hanno fatto crescere l’organismo fino all’età adulta dicendo quante dita dobbiamo avere, il colore dei capelli e degli occhi fino alla consistenza del cerume delle orecchie. Ebbene, durante l’evoluzione i geni dei nostri progenitori hanno tentato, attraverso mutazioni casuali a ogni passaggio di generazione, di adattarsi a grossi cambiamenti ambientali: l’uomo è nato in Africa, si è spostato verso Asia ed Europa, ha dovuto sopportare diverse glaciazioni e ultimamente (negli ultimi 10.000 anni) si è pure dovuto adattare (e non ci è ancora riuscito del tutto) all’epocale passaggio dalla caccia-raccolta all’allevamento-agricoltura. Il bello è che da pochi anni a questa parte ci sono le tecniche per capire, lungo questo cammino, quali zone del nostro DNA siano rimaste antiche e quali siano cambiate di più rispetto a come eravamo 10.000 o 100.000 anni fa a causa di questa spietata selezione della natura: quello che viene fuori è molto interessante, e comincia a farci capire molte cose.

Sapete ad esempio quali geni degli europei sono stati sottoposti alla selezione più feroce negli ultimi 10.000 anni, quelli che hanno dato le sterzate più secche alla nostra evoluzione? Ad esempio quelli per il colore della pelle (spostandosi a nord dell’Africa si è schiarita per poter sintetizzare meglio la vitamina D), quelli che controllano il metabolismo di grassi e zuccheri (cambiamento della quota di carboidrati nella dieta), quelli per la sintesi della lattasi (risultato della pratica dell’allevamento come integrazione della dieta agricola) e quelli che controllano nel fegato il complesso detossificante del citocromo P450 (l’uso di nuovi cibi ha portato nuove potenziali tossine nella dieta, vedi anche il post sulle micotossine) (1).

Ci sono invece geni che ancora non hanno fatto in tempo a mutare per tutti, perché le condizioni di vita sono cambiate da troppo poco tempo: da tre milioni di anni fa fino al secolo scorso ad esempio non c’è mai stata abbondanza di cibo come invece accade oggi, dunque siamo ancora profondamente programmati per accumulare più nutrienti e calorie possibili da quello che mangiamo, condizione molto vantaggiosa nei frequenti periodi di carestia. Questa è però, adesso, la causa principale di obesità, diabete e sindrome metabolica che stanno falcidiando i paesi con più risorse alimentari: mangiamo troppo e ci muoviamo poco, ma i nostri geni si aspettano esattamente il contrario.

Capite allora quanto sia importante dominare l’argomento “genetica” per capire la macrobiotica? Ne parleremo molto, prossimamente, ma di fronte a termini ostici come introni, istoni, esoni, cromatina, trascrizione, RNA, ecc. quello di cui ho avuto bisogno è stato un modello di paragone, il più intuitivo possibile, che mi aiutasse a non far gettare la spugna ai vari interlocutori di fronte ad un argomento tutt’altro che semplice, soprattutto a chi vi si avvicina per le prime volte. E il piccolo, con la sue obiezioni geniali, mi ha aiutato molto. Perché un modello di paragone, soprattutto basato su una situazione reale, aiuta a posizionare i vari personaggi sulla scena e a ricordare il copione.

E dunque, quasi per gioco e durante la preparazione di un pranzo per alcuni ospiti in una bellissima giornata primaverile, abbiamo buttato giù un divertente modello che aiutasse a capire come funziona la genetica, e più ne parlavo più mi sembrava calzante.

Immaginate dunque semplicemente una cucina, ad esempio come la vostra, con tutto quello che serve per cucinare e una dispensa ben fornita di tutti gli ingredienti che ci possono servire. Lungo le pareti ci sono i fornelli, i mobili e tutto il resto, al centro un bel tavolo e in mezzo al tavolo la cosa fondamentale: un bel libro di ricette. Ma uno di quei libri di ricette dove, fra un piatto e l’altro, si parla un po’ di tutto: della storia dei vari piatti, dell’origine degli ingredienti, con sfondi colorati e ricco di foto e di aneddoti divertenti… insomma uno di quei bei libri di “cucina raccontata” che tutti abbiamo sfogliato, almeno una volta. Intorno al tavolo ci siamo noi, indaffarati a preparare un bel pranzo. Tutto qua. E qua c’è tutta la genetica.

Come avrete già capito la cucina è la cellula, l’attrezzatura i vari corpuscoli cellulari necessari alla sua attività, gli ingredienti in dispensa le molecole che l’organismo, attraverso il sangue, ci mette a disposizione (aminoacidi derivanti dalla digestione delle proteine, zuccheri, acidi grassi, vitamine, minerali, ecc.). Gli allegri cuochi potrebbero essere, che so, i mitocondri e i ribosomi, cioè i corpuscoli cellulari grazie ai quali avviene quasi tutto quello che conta. Il tavolo è il nucleo, la zona più importante, pulita e protetta della cellula, e in quel bellissimo libro di ricette c’è ovviamente il nostro DNA. Il libro nella sua interezza è la cromatina (cioè il DNA più tutte le varie proteine che lo tengono insieme), mentre ogni ricetta rappresenta un gene: nella cellula i geni servono a dire come costruire le proteine, che nel nostro modello corrispondono ai piatti che vengono preparati con le varie ricette.

Quello che è bene sapere subito è infatti che lo scopo principale del DNA, attraverso il quale viene costruito e fatto funzionare tutto l’organismo, è la sintesi di svariate e diverse proteine (per l’uomo si stima circa 50-60.000): per costruirne i tessuti sì, ma anche gli enzimi (quasi tutti sono proteine) e gli ormoni (molti sono, anche loro, catene proteiche) per controllarne il funzionamento.

Miliardi di parole. Quello che più colpisce sono i numeri del DNA: miliardi e miliardi di nucleotidi messi ordinatamente in fila, e lunghe porzioni di essi (anche di due milioni per le proteine più complesse) a formare singoli geni. Il modello delle “ricette” o del “libro di ricette” non è una novità mia, ovviamente, ma associare le ricette ai geni e le lettere che le compongono ai nucleotidi (come fanno altri) non mi è mai piaciuto, è sproporzionato, non dà l’idea dei numeri. Piuttosto è molto più calzante associare le quattro basi nucleotidiche (Adenina, Citosina, Guanina, Timina) ai punti di quattro diversi colori (se avete mai cambiato le cartucce alla stampante che avete di fianco al PC sapete di cosa sto parlando) che compongono la pagina su cui è stampata la ricetta (giallo, magenta, azzurro, nero, vedi figura qui sotto). Nei geni infatti non tutta le sequenza di basi nucleotidiche codifica la proteina, ma si alternano porzioni codificanti (esoni) e porzioni non codificanti (introni). Proprio come sulla nostra pagina della ricetta, dove gruppi ben distinti di punti colorati (le lettere) codificano l’informazione mentre il resto (gli spazi fra una lettera e l’altra, lo sfondo, le fotografie) non sono indispensabili alla ricetta, e infatti quando la leggiamo li scartiamo mentalmente, proprio come la trascrizione dell’RNA scarta gli introni e memorizza solo gli esoni per passare l’informazione così ripulita ai ribosomi, che costruiranno poi la proteina.

Nucleotidi o punti colorati?

Nucleotidi o punti colorati?

E sapete quanto del DNA non è codificante, cioè non serve apparentemente a nulla? Più del 95%. Sì, avete letto bene: tutto il progetto del nostro organismo, dai capelli ai piedi, sta in meno del 5% del DNA. E il resto? Qui la ricerca è ancora apertissima: mistero. E qui ho visto il viso del piccolo illuminarsi (ai bambini piacciono tanto i misteri, e anche agli adulti…). Alcuni, un po’ troppo pragmatici, lo hanno chiamato “DNA spazzatura” (junk DNA), dando per scontato che non serva assolutamente a nulla. I più cauti sostengono invece che “non sia di nessun danno ai normali processi cellulari” e anzi “a qualcosa potrebbe servire” ma “al momento non lo sappiamo”. Stessa cosa molti anni fa si pensava dei telomeri, le sequenze ripetitive di DNA ai bordi dei cromosomi, che si sono poi rivelate determinanti per stabilire la longevità delle varie generazioni di cellule e di conseguenza dare al fortunato possessore di telomeri più lunghi della media la possibilità di diventare un centenario.

Le tecniche che hanno portato, tramite il Progetto Genoma Umano, a sequenziare gran parte del nostro DNA hanno fatto passi da gigante, ora si sequenzia con poche migliaia di euro il genoma di qualsiasi essere vivente, e gli scienziati si stanno sbizzarrendo. Ad esempio hanno visto che il pesce palla ha più o meno lo stesso numero e la stessa disposizione dei geni umani, ma con solo il 10% di DNA spazzatura, ed eccolo diventato il modellino ideale per teorie e verifiche. Ma è sbagliato pensare che più un organismo è complesso più è lungo il suo DNA. Ad esempio la rana ha più DNA di noi, il fagiolo ancora di più e il giglio di più ancora. La storia evolutiva e l’esigenza di essere adattabili (per le piante che non possono muoversi, ad esempio, è determinante) sembrano c’entrare molto. Allora ho chiesto al piccolo: “ma perché ti piace di più leggere una ricetta in un libro pieno di aneddoti e fotografie piuttosto che in uno più compatto ma scritto solo in bianco e nero?”. “Perché quando preparo gli spaghetti al pomodoro, è bello sapere anche la loro storia”. La loro storia.

E forse questa abbondanza, per il DNA, è anche utile: immaginate di dover preparare un piatto prendendo la ricetta dal libro. Preferite avere in dispensa un’abbondanza di ingredienti che vi permetta di cucinarne anche altre versioni e di rimediare ad eventuali errori o solo i pochi, precisi ingredienti della ricetta? Se la ricetta prevede due uova, non vi sentite più sicuri se nel frigo ne avete, che so, una mezza dozzina per sicurezza? E se fosse la stessa ricetta a suggerirvelo fornendovi consigli non strettamente legati a quella preparazione, ma sempre utili per ricette di quel tipo? Molte sequenze non codificanti del DNA sono sequenze di controllo, ripetizioni, vecchie mutazioni ormai in disuso o tentativi di mutazione, e non è escluso che servano anche a tenere più fornito del necessario il corredo di aminoacidi, minerali o vitamine presente nel citoplasma della cellula, per essere certi che nulla possa mancare quando serve. E ancora, se una ricetta di venti parole viene scritta con mille, e sapendo che durante la preparazione almeno un paio di parole andranno perse, la probabilità che ad andare perse siano parole indispensabili è bassissima. Sullo scopo del DNA non codificante, che –ricordiamolo- ammonta a più del 95%, le ipotesi sono ancora tutte aperte.

Una matassa intricata. Tutti sappiamo, perché la abbiamo vista migliaia di volte, come è fatta la struttura del DNA: la famosa “doppia elica”, scoperta nel 1953 e simile ad una lunghissima scaletta a pioli attorcigliata, i cui pioli sono coppie di basi nucleotidiche composte da pochi atomi ciascuna. I pioli sono tenuti in fila su uno scheletro formato da acido fosforico e da uno zucchero (il desossiribosio, ecco perché il DNA è detto acido desossiribonucleico). Il problema è che la scaletta è sì molto sottile ma lunga, lunghissima. Per dare un’idea, se fosse spessa come un filo da pesca sarebbe lunga circa 100 km, e se ammassata ordinatamente occuperebbe comunque il volume di un grosso armadio dentro un nucleo cellulare grosso più o meno come una stanza (nella realtà il nucleo è una pallina di circa un centesimo di millimetro e il DNA è spesso circa due milionesimi di millimetro). Come si intuisce dalla figura qui sotto la nostra scalettina è avvolta ordinatamente attorno a grosse proteine (dette istoni) che a loro volta sono ben compattate a gruppetti (nucleosomi) per formare un filamento più grosso che si arruffa fino a formare le nostre 23 coppie di cromosomi (ognuno con la propria porzione di DNA).

DNA

DNA

 Nel nostro modello del libro di ricette abbiamo detto che le basi nucleotidiche sono i puntini della stampa. Allora gli istoni corrispondono alla carta su cui il libro è stampato, sulla quale i puntini colorati, grazie alla loro precisa sequenza, rappresentano l’informazione con lettere e immagini. Per sua natura il libro consente di trovare, ben ordinate, tutte le ricette, così come nei nostri cromosomi un certo gene è sempre lì dove ci aspettiamo che sia, nonostante l’apparente groviglio. Come il nostro libro ha capitoli (cromosomi) dedicati ai primi, ai secondi e ai dolci, così i vari cromosomi del DNA contengono la codifica di proteine dedicate a diverse funzioni.

Ok, ma ora cuciniamo. Fin qui dunque tutto bene, abbiamo il nostro ricettario e siamo in grado di produrre diversi piatti, ma sorge un primo problema: mettiamo che abbiamo deciso esattamente quale ricetta seguire, come la applichiamo? Non vorrete mica che, con le mani sporche e unte, prendiamo il prezioso librone e giriamo per la cucina, come Dante che declama la Commedia, in cerca di ingredienti, vero?

E qui è arrivata una delle solite domande del piccolo: perché conservare tutto sul tavolo? Le ricette non si possono tenere sparse qua e là per la cucina, tipo appese alle pareti come quadretti o poster? Beh, prima di tutto una cosa così preziosa come il DNA conviene tenerlo sempre sotto controllo, e poi è meglio non farlo venire a contatto con troppe sostanze che potrebbero contaminarlo, dunque è molto più al sicuro nel nucleo. Ma lungo l’evoluzione non è sempre stato così, infatti i primi organismi unicellulari come i batteri hanno ancora adesso il genoma sparso per la cellula, e si chiamano infatti procarioti, cioè “prima del nucleo”, mentre dalle alghe in poi sono definiti eucarioti, e sono dotati di nucleo. D’altronde non sarebbe facile cucinare in una cucina senza il tavolo, e in più conviene pensare a qualche stratagemma per evitare che, cucinando, il libro si sporchi. Si potrebbe fare una fotocopia di tutto, e quando si rovina rifarla. Si potrebbe, sì… ma arriveresti a un punto, prima di farne un’altra, in cui sarebbe così vecchia e rovinata che potresti leggerla male e sbagliare una ricetta… no, ci vuole un metodo sicuro e anche più economico, per evitare di fotocopiare tutte le migliaia di pagine se poi alla fine ne usi le solite poche decine. Il modo migliore è, quando serve preparare un piatto, scriversi la ricetta su un foglietto e buttarlo quando hai finito. Ed è esattamente quello che capita quando una cellula riceve i segnali per la produzione di una proteina: il gene necessario viene individuato e avviene una trascrizione della sequenza di nucleotidi codificanti (gli introni vengono scartati) su un filamento di RNA (acido ribonucleico – lo zucchero stavolta è il ribosio) che la trasporta fuori dal nucleo verso i ribosomi, attraverso i quali avviene la traduzione nella sequenza di aminoacidi nel preciso ordine necessario a formare la proteina. Gli aminoacidi vengono presi dal fluido cellulare in cui beatamente galleggiano e assemblati fino a completare la proteina (e qui sto semplificando molto perché solo per questi passaggi serve un saggio di decine di pagine…). Allo stesso modo quando noi abbiamo in mano il nostro foglietto con la trascrizione della ricetta andiamo in giro per la cucina a recuperare gli ingredienti e poi, seguendo scrupolosamente dosi e istruzioni, prepariamo il piatto.

Ricette

Ricette

Sì, ma cosa cuciniamo? A questo punto sorge un secondo problema: come potete vedere il DNA è un groviglio da mettersi le mani nei capelli, e in tutte le cellule è presente una copia completa di tutto il nostro genoma. Ma le cellule della pelle devono produrre solo proteine della pelle, quelle delle ossa proteine per le ossa e quelle del fegato proteine completamente diverse. Cosa fa capire alla cellula quale esatta parte dei geni deve utilizzare? Nel nostro modello, quale ricetta delle migliaia presenti nel libro dobbiamo preparare? Dipende dalla “ordinazioni” che ci arrivano dall’esterno della cucina: una pasta al pomodoro, un’insalata, una torta… Sicuramente a regime non saremo mai in grado di poter preparare qualsiasi ricetta, dovremo specializzarci in poche varianti dello stesso piatto, per farle sempre bene e velocemente. Allo stesso modo le cellule, mammano che l’organismo passa da embrione a neonato e poi lungo tutta la vita, si specializzano passando da cellule staminali totipotenti (possono diventare qualsiasi cellula di qualsiasi parte del corpo) a multipotenti (solo pochi tipi di cellule) a specializzate (cellule specifiche di una ben precisa parte del corpo). Ma chi dice alla cellula in quale direzione specializzarsi e quali dei 23.000 geni esprimere a regime? Qui entra in gioco la parte più interessante, cioè l’epigenetica, che studia i meccanismi che dicono alla cellula quale precisa parte del DNA deve “attivare” o “disattivare”. Per farla breve, questi meccanismi si basano sui segnali biochimici e fisici dell’ambiente in cui la cellula risiede (come le ordinazioni per una torta o una frittata che ci arrivano a voce o su foglietti da fuori la cucina) che si traducono nell’azione di specifiche proteine di controllo (enzimi, legati a quei segnali esterni) che si attaccano al DNA mettendo in evidenza e rendendo fisicamente accessibile la parte del DNA con i geni che la cellula deve esprimere, e lasciando inattive le parti del cromosoma che non devono esprimere geni, rendendole proprio più chiuse, compattate e inaccessibili. Questo avviene tramite la cosiddetta metilazione del DNA, tramite la quale il genoma, a regime e nelle cellule specializzate, viene tutto disattivato tranne le porzioni utili alla cellula nel suo contesto: il libro di ricette rimane sempre chiuso sul tavolo, e lo si apre solo per andare ad una specifica ricetta segnata da un segnalibro-enzima. Sono meccanismi che si sono affinati in milioni di anni, e come potete capire l’argomento è tanto vasto quanto complicato. Ma quello che ci interessa è che l’espressione dei geni, e di conseguenza il comportamento di tutte le nostre cellule, viene in gran parte da segnali dell’ambiente, e di conseguenza anche dal cibo, che concorre a creare l’ambiente in cui la cellula vive. Pensate alla specializzazione che devono avere le cellule del pancreas per produrre insulina in confronto a quelle che producono il moccio del naso: ho sempre pensato agli organi come “camere epigenetiche” il cui compito è di ricreare, per le cellule che contengono, un ambiente estremamente controllato e adatto ad esprimere solo determinati geni per produrre proteine (e quindi ormoni ed enzimi) molto specializzate.

Se alla nostra cucina viene richiesto di preparare sempre l’amatriciana, possiamo permetterci di tenere una dispensa dedicata, con ingredienti di altissima qualità, e saremo sempre pronti a produrre un’amatriciana perfetta. Il libro di ricette sul tavolo avrà una proteina di controllo (scusate, un segnalibro) sempre sulla ricetta giusta e le pagine saranno sempre (e solo) aperte su di essa. Le altre, per quel che ci riguarda, potrebbero anche essere incollate. Altre cucine si occuperanno dei secondi e dei contorni, ed è così che funziona la comunità di cellule che forma il nostro corpo. Cosa molto interessante: le cellule delle piante, che solitamente hanno un genoma molto più vasto di quelle animali, sono estremamente sensibili e precise nelle risposte del proprio DNA ai segnali epigenetici dell’ambiente, ma rimangono in gran parte staminali totipotenti (spesso da una qualsiasi singola parte della pianta può nascere un’intera nuova pianta, come sa chi ha il pollice verde).

E’ in questo contesto che prendono vita discipline molto promettenti come la nutrigenetica (studia come il nostro genoma vada d’accordo o si ribelli a quello che mangiamo) e la nutrigenomica (studia come quello che mangiamo influisce sul nostro DNA pilotando l’espressione dei geni, ad esempio tramite segnali epigenetici). Più in generale ci sono poi l’ecogenetica (il nostro DNA è adatto all’ambiente in cui viviamo?) e l’ecogenomica (quanto e come l’ambiente influisce sull’espressione dei nostri geni?). Recentissima ad esempio la conferma che anche solo mezz’ora di attività fisica moderata attiva, nei muscoli, i geni che ne stimolano la crescita, mentre la sedentarietà letteralmente li “spegne” (2), portando i muscoli ad atrofizzarsi (gli astronauti ne sanno qualcosa). Oppure che il sovrappeso agisce sui geni che possono favorire certi tumori. Tutte cose che per esperienza erano ovvie e ben note, certo, ma adesso si cominciano a capire i meccanismi, e sono genetici o, ancora meglio, epigenetici. Tutto questo ha aperto alla ricerca non solo strade, ma autostrade per i prossimi decenni, ed è sempre più ovvio che il DNA esprima bene i propri geni in presenza degli stessi segnali evolutivi a cui si è adattato.

E’ qui che volevamo arrivare. Dunque capite quanto sia importante l’interazione fra noi e l’ambiente e in particolare con il cibo, e quanto tutto questo si intrecci con la nostra macrobiotica? Quello che sosteniamo, cioè che un rapporto più naturale con l’ambiente in cui viviamo, con una dieta regionale, stagionale e tradizionale sia la migliore condizione per farci vivere bene, è in buona parte spiegato con questi meccanismi. L’equilibrio fra il nostro genoma e l’ambiente è frutto di milioni di anni di evoluzione e interazione fra l’organismo e la natura. Più che definirlo delicato (e per certi versi lo è) lo definirei estremamente raffinato, perché influenzato da milioni di variabili. Un capolavoro. Il nostro genoma un ambiente naturale se lo merita.

Ad esempio, se fossimo nati e cresciuti in Giappone potremmo digerire meglio le alghe, come potete leggere nel post qui sotto che tratta del microbiota intestinale, che in quanto a vastità di genoma non è secondo a nessuno… curiosi vero?

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P.S. per i saputelli: sì lo so, non ho parlato di corredo aploide e diploide, di geni dominanti e recessivi, di trasposoni, di DNA ribosomiale, di polimorfismo e di un sacco di altre cose, ma quanto pensate che debba essere lungo un post del genere, e soprattutto quanto deve essere grande la pazienza di un bambino di dieci anni? Per la cronaca, il pranzo è poi riuscito benissimo.

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Riferimenti:

(1) La ricerca riguardo la selezione sul genoma umano di Jonathan Pritchard e del suo team (Stanford University) è ben riportata nel libro di Spencer Wells “Il seme di Pandora – Le conseguenze non previste della civilizzazione”, Ed. Codice, 2011.

Jonathan Pritchard ha elaborato i dati scaturiti dal gigantesco progetto HapMap. Se vi interessa potete cercare:

“A haplotype map of the human genome”. The International HapMap Consortium, sul numero 437 di “Nature” (2005), pagine 1299-1320.

Se vi interessa il lavoro di JK Pritchard, invece, potete partire da qui:

“A map of recent positive selection in the human genome”. B.F.Voight, S. Kudaravalli, X.Wen, J.K.Pritchard, su “PLoS Biology” 4(3): e72 (2006).

(2) R. Barrès e altri

“Acute exercise remodels promoter methylation in human skeletal muscle”

Su “Cell Metabolism” numero 15, pagine 405-411 (7 marzo 2012)


Responses

  1. bentornato, che piacere leggerti! mi stavo preoccupando un po’ dell’assenza prolungata di post. Invece eccoti sempre preciso ed accurato. grazie

    • :-) grazie a te. Il tempo, il tempo, è sempre quello che manca…

  2. Salve, sono lieta di condividere con te questo premio, vieni a trovarmi per “ritirarlo” virtualmente!
    http://www.piattogiusto.it/senza-categoria/premi-liebster-award-e-shine-on-awards/


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